Il matrimonio di Lorna di Jean-Pierre & Luc Dardenne (Belgio-Francia-Italia-Germania, 2008)
Una ragazza albanese combina un matrimonio di interesse con un tossicodipendente per ottenere la cittadinanza belga. Il patto con la malavita prevede la morte del marito e un nuovo matrimonio, ancora una volta di interesse, con un russo.
La vita vera sullo schermo. Ogni volta che penso ai fratelli Dardenne immagino due maniaci ossessivi, che rendono impossibile la vita di chi deve preparare il mondo che hanno deciso di mettere sullo schermo. Nel loro ultimo film, come sempre, è tutto perfetto. Il lavoro sul profilmico, per i Dardenne, è più importante della stessa regia. E perfetta è anche Arta Dobroshi: incontrata per caso in strada e trasformata in Lorna, giovane emigrante complice e poi vittima di un'organizzazione criminale tanto squallida quanto crudele.
Drammi personalissimi (matrimoni, tossicodipendenze, povertà, aborti) per parlare di drammi diffusi (la disperazione di chi emigra, la solitudine degli ultimi). Unica redenzione, inutile dirlo, è l'amore: poco importa se disperato (bellissimo il bacio tra i due finti sposi) o assolutamente immaginario. Intenso, davvero.
Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio (Italia, 2008)
Un "giovane" cinquantenne, che vive ancora con l'anziana madre, si trasforma suo malgrado in una pluri-badante, proprio nei giorni a cavallo del Ferragosto.
Sceneggiatore e aiuto regista da anni, Gianni Di Gregorio rischiava di rimanere (colpevolmente) semi-ignoto alla gran parte del pubblico cinematografico. Almeno finché non ha tirato fuori dalla sua vita e girato, con l'indispensabile apporto dell'ormai pluripremiato Matteo Garrone, Pranzo di Ferragosto.
Un film piccolo, umile, ma capace di dire dell'Italia di oggi molto più di un trattato di sociologia. La rimozione degli anziani, la monetarizzazione di ogni rapporto sociale, la nuova povertà che ha travolto una classe apparentemente media. C'è tutto questo e anche di più nel film di Di Gregorio, divertentissimo ma anche pervaso da una malinconia profonda. E squisitamente romana. Tutto ciò condito da un cast di adorabili vecchine non professioniste e dal tocco leggero di una messa in scena col gusto del dogma.
Pranzo di Ferragosto è la prova che il cinema italiano può ancora fare critica sociale nascondendosi dietro la rassicurante maschera della commedia. Come facevano i maestri. Come si spera che continuerà a fare, a questo punto, anche Di Gregorio.
Una guerra nucleare improvvisa e inspiegabile ha letteralmente cancellato gli uomini dalla faccia della terra. I pochi sopravvissutti, sulle coste dell'Australia, aspettano l'arrivo del fallout radioattivo consumando disillusi gli ultimi amori.
Tratto dal romanzo di Nevil Shute, L'ultima spiaggia è un melò postatomico colpevolmente dimenticato da critica e pubblico. Mentre l'America è turbata dalla spada di Damocle del nucleare, Kramer porta sullo schermo una storia dove "la bomba" resta qualcosa di lontano, quasi invisibile. E si dedica piuttosto all'esplorazione, a volte di maniera, di turbamenti e sentimenti dei pochi sopravvissuti: costretti a pesare relazioni e amori come fossero viveri che scarseggiano, in attesa dell'arrivo della nube radioattiva che li sterminerà.
A struggersi sulle coste australiane c'è un cast titanico: Gregory Peck, Anthony "Psyco" Perkins, Fred Astaire (nel suo primo ruolo drammatico) e un'avvolgente Ava Gardner. Bellissima la fotografia made in Italy. Da vedere, se non altro perché di melò postatomici non ne esistono poi così tanti.
p.s. ringraziamo Vicolo Bolognetti per averlo messo nella rassegna postatomica, tra l'altro perfetta per Bologna in agosto.
La promessa dell'assassino di David Cronenberg (Uk-Canada-Usa, 2007)
Un'ostetrica trova in ospedale il diario di una ragazza russa, morta durante il parto dopo essere stata vittima di abusi e droghe. Tenterà di risalire al padre della bimba appena nata, tessendo pericolosi rapporti con la mafia russa di stanza a Londra.
Qualisiasi cosa venga toccata (anche di sfuggita) da David Cronenberg merita attenzione. Il regista canadese, entrato nella storia del cinema con pietre miliari come La Mosca, è infatti uno dei pochi "autori" certificati: un uomo che ha una sua precisa visione del mondo, per quanto cupa e carnale, portata avanti con convinzione negli anni attraverso e al di là dei generi.
La promessa dell'assassino è la terza prova consecutiva di Cronenberg nel noir. Ed è una prova decisamente riuscita. Un racconto buio e intenso sull'ingiustamente misconosciuta mafia russa, avvolta in rituali corporali dal sapore antico e immersa nella modernità di una città, Londra, nelle cui pieghe scivola con facilità.
Splendida fotografia, un bronzeo Mortensen (che ha purtroppo incontrato sulla strada verso l'Oscar Daniel Day Lewis) e un paio di sequenze da manuale del cinema contemporaneo (la lotta all'ultimo sangue nella sauna è magistrale). Quello che manca, in parte, è quel continuo senso del perturbante che rendeva il precedente A history of violence più cronenberghiano, e per questo superiore. Ma La promessa dell'assassino è comunque ampiamente mantenuta.
Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan (Usa, 2008)
Il secondo Batman targato Nolan, dopo il buon Batman begins, è un'ottima prova d'autore (e d'attore). Ben cosciente di non poter sfidare i due capolavori di Burton sullo stesso piano, quello della fiaba gotica, Nolan precipita l'uomo pipistrello in un western metropolitano cupo e frenetico. Più che nella Gotham City della Dc sembra di essere nella Los Angeles di Collateral (e al cinema di Mann la messinscena deve molto). Più che un supereroe, Batman sembra un giustiziere alla Charles Bronson, per quanto avvolto da soldi, donne e abiti Armani.
Due ore e mezza sono tante, specialmente per un film d'azione. Ma il cavaliere oscure le regge tenendo il ritmo sempre elevatissimo e grazie a un cast eccezionale. Un cast su cui titaneggia lo scomparso Heath Ledger: un Joker straordinario, questo sì, al di sopra del Jolly di burtoniana memoria. Proprio con il Joker Nolan fa il lavoro migliore: senza passato, senza futuro, il Matto interpretato da Ledger è puro caos e distruzione coatta, l'anima oscura del mondo dopo l'11 settembre. Combattutto da un eroe ingessato, pronto a combattere il male con il male, un Batman che più contemporaneo di così non si potrebbe, specchio oscuro degli Stati Uniti che lo hanno creato. Meno convincente il Due Facce di Aaron Eckart, forse a causa del breve tempo concessogli per la sua "trasformazione".
Alla fine dei conti l'attessissimo ultimo Batman è un film che lascia il segno, soprattutto per la sua capacità di innovare un genere, quello dei superhero-movies, esploso con i progressi del digitale e qui reinterpretato in chiave "realista" (per quanto realista possa essere un film di supereroi...). Ma il Batman returns di Burton resta ancora una spanna sopra.
Una lunga cavalcata nella resistibile ascesa di Giulio Andreotti, moloch del potere italiano nei difficili anni a cavallo tra le stragi di mafia e tangentopoli.
Non fidatevi di chi parla male dell'ultimo film di Sorrentino, perché il Divo non è né un documentario mancato, né una fiction grottesca stile bagaglino. La giustamente osannata opera ultima del regista romano è una parabola sul potere perfetta e geometrica, come non se ne vedevano da tanto tempo.
C'è tutto nel Divo: la storia difficile degli ultimi anni dell'Italia della Prima Repubblica, la corruzione come sistema nazionale, Moro, le stragi di mafia, la necessità di accettare il male in nome di un bene più alto. Tutto (giustamente) compresso in poco meno di due ore, ma non per questo meno intenso o significativo.
Sorrentino non ha voluto, per fortuna, fare un documentario su Andreotti. Piuttosto ha preso in prestito l'uomo che più di ogni altro, anche con il suo corpo, ha rappresentato il potere in Italia per parlare dei vizi del Belpaese.
Alla fine nessuno ne esce pulito: capicorrente Dc che si comportanto come pimp, procuratori vanitosi, mafiosi al limite della bestialità. Quello che si salva, e salva, è l'amore intimo e intenso di una coppia anziana: capace di superare ambiguità, accuse e maxi-processi. Sicuramente uno dei migliori film italiani del decennio.
Gomorra è un film claustrofobico e disperato come le vele di Scampia, progettate da Franz Di Salvo negli anni '60 inseguendo il mito della comunità solidaristica, e diventate uno dei tanti luoghi senza Stato presenti in Italia.
Il libro di Saviano, per Garrone, è un pretesto per mettere in scena un'umanità rassegnata al peggio e rabbiosa. Uomini e donne consapevoli del fatto che, dove lo Stato non c'è (il primo commissariato di polizia arrivò a Scampia nel 1987), l'unico linguaggio che si fa comprendere è la violenza. E la Camorra decide ogni cosa: chi lavora, chi guadagna, chi può vivere in una casa e chi deve morire.
Il regista capitolino, anche qui, fa quello che sa fare meglio: seguire i personaggi da vicino, vicinissimo, lasciare che i loro corpi parlino avvolti da luci (preferibilmente) naturali. E inquadrati da una camera quasi sempre, forse troppo, a mano. Il risultato è una fiction-verità, un film di denuncia corale che parla come un documentario e colpisce con altrettanta forza.
Rimane un po' deluso chi, come me, si aspettava qualcosa di più del film-verità sulla Camorra. Come dire: una sorta di C'era una volta in Campania. La camorra di Garrone (e di Saviano) non è la mafia italoamericana di Leone (o di Coppola). Entrambe uccidono, questo sì. Ma i camorristi sono brutti, sporchi e cattivi. Nessuna epica, solo squallore e violenza: che si perpetuano mentre lo Stato, cone le sue quattro volanti, è ridotto a una comparsa insignificante, fastidiosa come una mosca. Servillo, come sempre, è perfetto.