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30/12/2004
Il favoloso mondo di Amélie di Jean-Pierre Jeunet (Francia, 2000)
Jean-Pierre Jeunet è un regista che, pur all'interno di una produzione un po' sfilacciata, ha sempre mantenuto un suo stile personalissimo e altrettanto riconoscible. Una malinconica poetica del grottesco, del fiabesco, condita da una fotografia calda a tinte pastello e una macchina da presa spesso frenetica. Delicatessen era una spassosissima black comedy a cavallo tra fantascienza e thriller. La città dei bambini perduti un fiaba nera che sembrava uscita dalle chine di McKean. Alien 4 una rilettura fantastica e amniotica di una delle saghe fantascientifiche più importanti degli ultimi venti anni. Amélie è l'unico film di Jeunet che, travolto da un successo insperato, è stato capace di mettere d'accordo (quasi) tutti. Più vicino a una favola che a una commedia romantica è la storia di Amélie, adorabile (o detestabile, fate voi) ragazza con caschetto e occhioni che decide di rendere splendide e felici le vite di chi le sta intorno. Ora, date queste premesse, e data la confezione a base di colori pastello, una Parigi da cartolina anni '40 e musiche di Tiersen, le possibilità sono due. O si ama questo film fino alla follia (e conosco un paio di ragazze che sono convinte di essere Amélie...). O lo trovate stucchevole e un po' noiso. La prima visione indubbiamente affascina. E diverte, anche. La seconda (questa per l'appunto) annoia un po', soprattutto nel secondo tempo. Un merito va comunque riconosciuto al film di Jeunet: aver usato gli effetti digitali integrandoli perfettamente nella poetica romantico/surreale del film. Per questo: chapeau. Per il resto Amélie è un "film-confetto" a esclusivo uso e consumo di inguaribili romantici.
27/12/2004
Gli Incredibili di Brad Bird (USA, 2004)
Ho una fede incrollabile negli autori della pixar. Sin dai loro primi cortometraggi hanno sempre dimostrato una carica innovativa e una creatività senza pari che li ha resi i migliori in quello che fanno (non me ne vogliate, ma al primo Shek preferisco qualsiasi film Pixar...). Pur fagocitati dal colosso Disney i Pixariani sono riusciti comunque a preservare la loro graffiante comicità e la carica surreale dei loro lavori, allietandoci di anno in anno con opere che erano al contempo saggi sulle frontiere del digitale e i film più divertenti della stagione. Gli Incredibili è l'ennesima conferma di tutto ciò. Un film per adulti, stracolmo di citazioni cinefile e non, ma capace di divertire il pubblico degli under 14. Un meccanismo perfetto, oleato dalla comicità demenziale alla Simpsons (il regista è Bird), una sceneggiatura perfetta, personaggi spassosissimi (Edna Mode è STRAORDINARIA) e una profonda conoscenza del cinema e dei fumetti supereroistici. In particolare di quel movimento di riscrittura dei supereroi che li ha resi personaggi più adulti e problematici di quanto non lo fossero stati per anni (si vedano i lavori di Moore e altri). L'idea di una famiglia di supereroi ricalca i Fantastici 4, la difficile integrazione del diverso gli X-Men, il senso di responsabilità Spiderman, e così via, in un tripudio di riferimenti che farà la gioia dei vecchi lettori di comics americani come il sottoscritto. La confezione, tecnicamente perfetta e visivamente straordinaria, fa il resto. Un film d'animazione che merita più attenzione di molti altri mediocri blockbuster supereroistici degli ultimi anni (voi sapete quali).
22/12/2004
Bad Guy di Kim Ki-duk (Sud Corea, 2000)
Un magnaccia taciturno è ossessionato da una giovane studentessa incontrata per caso. Un giorno, dopo averla baciata in pubblico con la forza, viene pestato da un gruppo di militari. Riuscirà a ottenere la sua vendetta, e fra i due nascerà una relazione indefinibile...
Ferro 3 è stato una folgorazione per gran parte degli spettatori, ed è iniziata (per me e altri cinebloggers) un'attenta opera di ricerca per completare ogni possibile falla sul cinema di Kim. Bad Guy, a detta di molti, è il suo film più significativo. Forse addirittura il migliore. Kim (come Wong, come Kitano) da bravo regista-autore gira sempre lo stesso film. O meglio: parla (e mostra) sempre le stesse cose. I silenzi, l'amore, la violenza e lo stupore del mondo. Ma ciò che colpisce di più nel cinema di Kim è la sua coscienza del corpo attoriale. La capacità, condivisa con pochi altri registi, di parlare di amore, solitudini, attrazioni inspiegabili attraverso l'esclusivo uso del corpo dell'attore. Un cinema di carne, mai di parola. La parola è sempre una glossa, un ad marginem, una citazione relegata ai confini del testo filmico.
Bad Guy è anch'esso un film di carne. Di corpi denudati e maltrattati nello squallore di un bordello, con la complicità voyeuristica dell'occhio spettatoriale, che assiste nella penombra al freddo scempio della messinscena. Però. Però Kim osa troppo. Alcune trovate appaiono forzate, e il finale, spiazzante, convince poco. Ciò non toglie che Bad Guy sia comunque un film capace di regalare inquadrature indimenticabili a occhi affamati di bellezza. Il bacio rubato attraverso il vetro è un'altra di quelle immagini che lasciano una traccia.
18/12/2004
Ringu di Hideo Nakata (Giappone, 1998)
Una strana leggenda metropolitana parla di una videocassetta mortale. Chi la vede è condannato a una morte atroce dopo una settimana. Una giornalista scopre la vicenda per caso, e inizia a indagare. Fino a scoprire l'origine di quella cassetta...
Il capostipite del nuovo horror giapponese e motore dell'invasione di remake hollywoodiani di film asiatici degli ultimi (e prossimi ) anni. Apprezzato solo da pochi appassionati nippomaniaci qualche anno fa, Ringu è diventato l'horror cult dell'ultima generazione cresciuta fra Mtv e manga. Nakata, alla seconda regia, è riuscito nel difficile compito di girare un film capace di influenzare indelebilmente l'immaginario degli spettatori (la foto si Sadako che mangia una pizza qui a fianco mi sembra sufficiente a provarlo...). Tratto da un romanzo di Koji Suzuki Ringu esplora con cura i terreni del perturbante e del soprannaturale. Da un lato Nakata ha ben presente le tradizioni giapponesi, soprattutto le storie di fantasmi e il kabuki. Dall'altro strizza l'occhio all'horror adolescenziale americano (la scena iniziale, rigirata anche nel The Ring di Verbinsky, viene direttamente da Craven). La circolarità, ripresa su molteplici livelli in tutto il film (tematico, iconografico, sonoro), è metafora onnipervasiva del ritorno del rimosso (vedi Tomie, Ju-on, Uzumaki e altri). Condanna senza speranza di salvezza. Sadako, con i suoi capelli corvini sul viso, entra di diritto nel santuario delle creature più inquetanti partorite al cinema. Gli Stati Uniti provano prima a inseguire con le proprie forze questa piccola rivoluzione horror (e girano The Ring), poi chiamano in patria i talenti giapponesi per normalizzarla (Shimizu e lo stesso Nakata). I meccanismi del terrore in assenza, ancora aspri nel primo Ringu, raggiungeranno lo stato dell'arte nel successivo Dark Water. Da vedere assolutamente, prima che l'esagerata quantità di remake spuri e non (ce n'è anche uno coreano!) lo eclissino.
17/12/2004
Jingi Naki Tatakai aka Battle without honor and humanity di Kinji Fukusaku (Giappone, 1973)
 Hiroshima. All'indomani della bomba la crisi economica e le incertezze sociali sono un terreno fertile per la yakuza. E' da qui che parte l'ascesa spietata del clan Yamamori e di Shozo Hirono, yakuza che crede ancora nel codice d'onore in un periodo in cui il profitto è ormai l'unica ragione di esistenza della yakuza.
Il primo capitolo della serie dedicata all'ascesa del clan Yamamori della prefettura di Hiroshima è probabilmente il film più significativo di Fukusaku. Jingi Naki Tatakai è senza alcun dubbio il modello di riferimento quando si parla degli yakuza eiga degli anni '70. Fukusaku riprende la stile semidocumentaristico inaugurato da Gendai yakuza e lo spinge al massimo realizzando il miglior jitsuroku eiga della sua carriera. Camera a mano, montaggio veloce, fermi immagine. Tutto il film è una rassegna delle tecniche usate negli stessi anni anche dal nuovo cinema americano. Per la completezza del racconto, articolato in 5 episodi (più tre spuri) che vanno dal 1949 agli anni '70, molti lo hanno paragonato al Padrino di Coppola. In realtà siamo più dalle parti del Mean Streets di Scorsese, con la sua rilettura sporca della mitologia collegata alla mala italiana. Shozo Hirono (l'eccezionale Sugawara) è un gokudô inattuale, l'ultimo esponente di un passato ormai dimenticato fatto di onore e rituali. La yakuza è un covo di principi machiavellici, e il codice jingi è un pesante orpello del passato ridotto a puro ornamento. Faide, amputazioni di braccia (due nei primi 5 minuti!), tradimenti. Un vero trattato sulla malavita organizzata giapponese, ispirato a un romanzo-verità sulla yakuza di Hiroshima. Il film da vedere per conoscere un regista senza il quale Miike e Kitano, probabilmente, non sarebbero gli stessi.
16/12/2004
Tomie di Aitaru Oikawa (Giappone, 1999)
 Tsukiko, una studentessa di fotografia, tenta attraverso una terapia ipnotica di scoprire cosa c'è nel suo passato. Nell'appartamento sotto il suo viene ad abitare un bizzarro ragazzo, che porta con sé una misteriosa scatola. Un detective che sta investigando su uno strano omicidio troverà nel passato di Tsukiko il nome che sta cercando: Tomie...
Un horror (ma ne siamo così sicuri?) ambiguo e lento. Tratto da un manga, Tomie è stato accusato di cavalcare l'ondata del nuovo horror giapponese (ringu in primis) senza essere all'altezza degli altri sfidanti. Il paragone con ringu & co. è quantomeno azzeccato: anche qui la circolarità (come anche in Ju-On) è traccia mostruosa e inquietante perché metafora psicoanalitica dell'incompleta rimozione del trauma, che sempre ritorna. La regia di Oikawa, quasi documentaristica nella sua essenzialità, non mi è dispiaciuta. Così come l'idea del personaggio di Tomie (che non sto qua a raccontarvi onde evitare fastidiosi spoiler). La questione è un'altra: il film è scritto male e un po' presuntuoso. Scritto male perché è inaccettabile che si debbano spiegare allo spettatore i punti oscuri della storia con un lungo, e ingiustificato, monologo del detective. Presuntuoso perché mescola le carte per confondere la mente dello spettatore (avete presente Suicide Club?) e arrivare a un finale "aperto". Non è così brutto come dicono, ma sicuramente neanche fondamentale. Per rimanere in ambito adolescenziale andate a vedere Uzumaki, almeno vi fate quattro risate.
13/12/2004
CineTrivia - Appena finito di vedere

11/12/2004
Gendai yakuza: hito-kiri yota aka Modern Yakuza: Outlaw Killer di Kinji Fukusaku (Giappone, 1972)
 Un teppista fuorioso ci racconta la sua storia. Dall'infanzia in strada al riformatorio, sino al carcere. Uscito dal carcere troverà una città diversa, pronta a essere investita nuovamente dalla sua furia. Entrato in un clan yakuza malvolentieri si ribellerà a tutto e tutti in un vortice di furia.
Sono due le ragioni per cui questo film è essenziale nella storia del cinema giapponese. La prima è storica. Gendai yakuza è il film che inaugura la stagione dei jitsuroku eiga, i film di yakuza "realistici", iperviolenti ed eccessivi che proliferarono negli anni '70. La seconda è l'indubbio merito della pellicola. Fukusaku prende uno spunto narrativo tra i più banali del cinema yakuza (il criminale che esce di prigione e scopre che tutto è cambiato) e sconvolge totalmente le carte in tavola. Il regista, infatti, è poco interessato agli yakuza, che nel film assomigliano ad annoiaiti impiegati in doppio petto, e si concentra su un gruppo di giovani sbandati capeggiati da uno straordinario Bunta Sugawara (appena diventato il mio attore preferito). Gendai yakuza è soprattutto il ritratto di un fuorilegge furioso e inarrestabile, nichilista fino alle estreme conseguenze. Il personaggio tracciato da Sugawara è affascinante. Un fuorilegge incontenibile, inarrestabile. Pura furia che si abbatte contro tutto e tutti. Incapace di placarsi (diventato yakuza rimpiangerà la vita di strada), scatenerà una sanguinosa guerra fra bande. Da segnalare infine la presenza della bellissima Mayumi Nagisa, prostituta selvaggia e masochista pronta a seguire il suo uomo fino alla fine.
08/12/2004
Ferro 3 - La casa vuota di Kim Ki-Duk (Sud Corea, 2004)
 Un ragazzo che consegna pubblicità a domicilio entra nelle case che trova vuote, vive lì, usa gli oggetti dei proprietari, e poi se ne va. In una lussuosa casa incontrerà una ex-modella maltrattata dal marito. I due presto diventeranno inseparabili.
A cosa serve la parola quando è sufficiente la bellezza delle immagini? Sembra questo l'interrogativo imperante nel cinema dell'autore coreano più interessante degli ultimi anni. Kim con Ferro 3 raggiunge delle vette di lirismo difficilmente eguagliabili. Qualcuno potrebbe pensare a Bresson, qualcun'altro a un certo Antonioni. La verità è che il cinema di Kim è il cinema di un autore consapevole dei suoi mezzi e dell'importanza di tempi e ritmi della narrazione. E della visione. Compone le inquadrature con delicatezza, esplora le sensazioni dei suoi personaggi dalle tracce che lasciano i loro corpi, e ci regala delle soggettive insicure e fluttuanti fra le più belle che si possano desiderare. Il desiderio di scomparire, e quello di continuare a vedere e ad amare. Il bacio fra i due protagonisti è una folgorazione sulla via di Damasco. Andatelo a vedere in estasi silenziosa: Ferro3 è uno di quei rari film che lasciano una traccia, profonda, nello spettatore.
03/12/2004
Wong Kar-World
"In perfetta ambientazione Wong Kar-Way, questo minuscolo ristorante si trova nella zona delle antiche pescherie in pieno centro, in un vicolo tanto stretto da fare invidia a Hong Kong."
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Perfetta ambientazione Wong Kar Way?!!?? :-/
p.s. (per i curiosi) La citazione viene da una recensione su un ristorante cinese di Bologna comparsa sull'ultimo numero di Urban :-O
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