|
|
|
26/12/2005
Broken Flowers di Jim Jarmusch (Usa, 2005)

Don, un playboy disulluso e avanti negli anni, riceve una lettera anonima che lo informa che lui ha un figlio. E che questo figlio lo sta cercando. Dopo lo scetticismo iniziale Don si lascerà coinvolgere dalla cosa e intraprenderà un viaggio per riincontrare le sue ex amanti, alla ricerca della propria paternità.
Una commedia in assenza, minimalista ed essenziale. Un dongiovanni decadente, una lettera rosa e un viaggio nella provincia americana, fra ex-fricchettone convertite in mogliettine perfette e squallide stanze di Motel. A reggere il gioco Bill Murray, che continua a usare il suo volto impassibile per far ridere, o sorridere, lo spettatore. Basta tutto ciò a fare di Broken Flowers un buon film? Da queste parti pensiamo di si, nonostante le delusioni manifestate dallo zoccolo duro di fan del riflessivo regista americano. E' vero: Broken Flowers non è all'altezza dei migliori lavori del regista. Eppure rimane l'impronta di Jarmusch pure in questa commediola carveriana, tra dissolvenze in nero, pause, silenzi e campi lunghi. La comicità di Murray poi, pur non essendo nulla di nuovo, funziona e chi ha il palato si diverte. Spassosi alcuni dei siparietti con le ex amanti di Don, splendido il finale monco e sospeso: davvero splendido. Varrebbe, da solo, la visione del film.
22/12/2005
Audition di Takashi Miike (Giappone, 1999)

Shigeharu, rimasto vedovo con un figlio adolescente, organizza una finta audizione per trovare una nuova moglie. Il colpo di fulmine scatterà vedendo la bellissima e filiforme Asami, misteriosa ex-ballerina con uno strano passato alle spalle. Presto, però, Shigeharu scoprirà che Asami nasconde qualcosa che lui non conosce.
Considerato da critica e fan come uno dei migliori, se non il migliore, film di Miike, Audition è l'opera che per prima ha reso celebre in occidente il vulcanico regista giapponese, creando intorno a lui una piccola, ma nutrita, schiera di estimatori di cui anch'io faccio parte. Questo perché Audition è un film spietatamente creativo, che inizia come una commedia, diventa una storia d'amore, cresce come un thriller e muore come un gro eiga di Teruo Ishii. Miike è un virtuso e Audition lo dimostra. Il regista cura con attenzione la composizione delle inquadrature, sceglie angoli di ripresa perturbanti e monta sequenze di inserti rapidi e ambigui, parte tanto della diegesi quanto dell'immaginazione del protagonista, e dello spettatore con lui. E' proprio su questo fronte che Audition si rivela fondamentale: nella sua capacità di mettere continuamente in discussione ciò che lo spettatore vede, ma anche ciò che può (ed è costretto a) immaginare, come nella soffocante tortura finale. Folgorante la sequenza che accompagna la svenimento di Shigeharu, interpretato da Ryo Ishibashi, attore solitamente costretto a ruoli secondari e che qui dimostra di meritare di più. E poi c'è lei, la bellissima Eihi Shiina, che con Asami crea una fra le più fantasmatiche, dolci e letali dark lady mai viste sullo schermo. Una donna che sa cosa vuol dire amare e porta i suoi sentimenti alla estreme conseguenze. Audition è un film d'amore. Chi dice il contrario mente. Vedetelo tappandovi lo stomaco.
p.s. postilla d'obbligo: questo post è anche (anzitutto) un outing. Si, non avevo mai visto Audition, pur avendo fatto un capitolo della mia tesi di laurea su Miike. Non me ne vergogno, e lo dimostra la mia spiazzante schiettezza nel fare outing...
19/12/2005
Porco Rosso di Hayao Miyazaki (Giappone, 1992)

Ambientato nell'Italia del ventennio fascista, tra biplani, eliche e improbabili pirati dell'aria, Porco Rosso è, come sempre, la conferma del talento di Miyazaki, il maestro (vivente) del cinema di animazione giapponese. E con Porco Rosso Miyazaki realizza quello che è, con ogni probabilità, il suo film più adulto. Un'ambientazione storicamente e geograficamente determinata, una storia d'amore non consumata, la celebrazione di un eroe solitario e burbero. Ma soprattutto la nostalgia di un glorioso passato, fatto di eroi dell'aria e donne seducenti, che non riescono a incontrarsi come dovrebbero. Miyazaki però non rinuncia a far esplodere la sua immaginazione nel bel mezzo di questo ritrovato realismo. Ed ecco che l'imbattibile aviatore protagonista è un porco umanoide, e nessuno sembra esserne particolarmente stupito: neanche lo spettatore. Toni da commedia slapstick, velocissime e frenetiche battaglie volanti, irresistibili siparietti comici. Se proprio vogliamo trovargli un difetto è in una sceneggiatura eccessivamente lineare. per il resto siamo sempre lì: capolavoro.
13/12/2005
Infernal Affairs di Wai Keung Lau & Siu Fai Mak (Hong Kong, 2002)

Il primo capitolo della trilogia sulla black society hongkonghese è, senza alcun dubbio, una delle vette più alte raggiunte dal cinema action degli ultimi dieci anni. L'affascinante incontro-scontro di due mondi, quello della malavita e quello della polizia, attraverso una doppia coppia di interpreti assolutamente perfetti. Da un lato Andy Lau ed Eric Tsang, la talpa e il boss legati da un giuramento di fedeltà che col tempo si è via via logorato. Dall'altro Tony Leung (straordinario, ma ormai è inutile dirlo) e Anthony Wong, il giovane poliziotto infiltrato e il suo mentore-padre, pronti a sacrificare la propria vita per difendere la legge. Un doppio sogno di mafia e pistole, ma anche una sfida alla Michael Mann: dove bene e male si mescolano inestricabilmente e nessuno è chi dice, e a volte crede, di essere. Perfetta la sceneggiatura, capace di tendere i nervi anche più sfilacciati. Rigorosa la fotografia, dove verde e grigio predominano negli interni, blu e rosso negli esterni e il nero è di una intensità senza uguali. Ciò che rende Infernal Affairs davvero preziso, però, è una regia capace di mescolare la lezione dell'action movie orientale con quella occidentale, come nessuno era riuscito a fare prima. Nel suo genere un film semplicemente perfetto, non a caso vanta ben 22 premi. Impossibile trovare un solo difetto a un film del genere: uno di quei rari casi dove l'arte cinematografica sposa i gusti del pubblico. Da comprare, e subito.
11/12/2005
Tanin no kao (aka The Face ot Another) di Hiroshi Teshigahara (Giappone, 1966)

Un uomo d'affari, Okuyama, rimane orribilmente sfigurato da un incendio in un laboratorio. Disperato si rivolgerà a uno psichiatra, esperto di protesi artificiali. Il dottore, dopo aver tentato con Okuyama la normale riabilitazione, sperimenterà su di lui un'innovativa maschera sintetica, capace di restituire all'uomo una vita sociale soddisfacente. La maschera, però, altererà l'equilibrio psichico di Okuyama e lo metterà di fronte ai paradossi dell'identità...
Difficile parlare in poche righe di un film, e di un regista, che meriterebbero di essere nei programmi dei corsi di cinema universitari e, invece, sono relegati a un limbo di dimenticanza fatto di dvd di importazione e pochi fan. La nouvelle vague francese arrivò quasi subito in Giappone, o almeno ne arrivarono le istanze innovative, stilistiche e tematiche. Ma mentre certi registi ebbero la fortuna di essere incoronati dalla critica, come Oshima, altri finirono per essere sottovalutati o, peggio, dimenticati. Teshigahara, con il suo Tanin no kao, è uno di questi. Fantascienza che diventa sociologia, come in La Jetée di Marker, dramma psicologico che diventa riflessione filosofica, ma anche la visionarietà di un regista che, dopo aver amato il cinema surrealista, intende riprendere quel cammino là dove si era fermato. Il risultato è un'avvincente science-fiction movie, avanti di 30 anni rispetto al cinema di allora, che mescola soluzioni visive della nouvelle vague (camera a mano, risprese in esterni, fermi-immagine, ecc...) a inquietanti visioni degne del primo (e poi pentito) Bunuel. Se a questo si aggiunge la capacità di mescolare lo stile europeo a quello dei maestri giapponesi (piani sequenza, macchina fissa, frontalità ecc...) siamo di fronte a un film che merita, più che una visione, uno studio. Vedetelo. Anzi no: compratelo. E speriamo in una bella retrospettiva al più presto.
Una parentesi dovuta: questo film è stato la prima proiezione del (speriamo continui) cineforum dei cinebloggers bolognesi. Perciò andate a vedere cosa ne hanno scritto (se ne hanno scritto) lui, lui, lui e anche lui.
07/12/2005
The king of comedy di Stephen Chow e Lik-Chi Lee (Hong Kong, 1999)

Una commedia slapstick irresistibile: l'odissea di un mr nessuno che vuole essere re per una notte, tra mafiosi imbranati, stizzose attrici di film action e bambini obesi che girano totalemente nudi. King of comedy è tutto questo, ma è soprattutto un spassionata dichiarazione d'amore per il cinema, la recitazione e la finzione. Ci sono tutto e tutti nella delirante commedia degli equivoci di Chow: dal primo slapstick a Jerry Lewis, dal cinema di John Woo a Jackie Chan (in carne e ossa), dalla commedia demenziale al film d'azione più sanguinolento. Un cinema scomposto, quello di Chow, fatto di taselli impazziti messi insieme per realizzare una commedia che va al di là dei generi e, anzi, li frulla in quel miscuglio postmoderno che tanto ci piace. Piangerete dalle risate, come nella folgorante locandina del film, e lo amerete. O non vi piacerà affatto, e allora in voi c'è qualcosa che non va. Chow non è tirchio e accontenta tutti i palati, il suo umorismo colpisce tanto il cinefilo che ama John Woo quanto il dodicenne che ride vedendo la cacca. Nessuna scusa, quindi, per non ridere.
Ryeong (aka Dead friend) di Tae-kyeong Kim (Sud Corea, 2004)

Min Ji-won, ricca studentessa universitaria affetta da amnesia, scopre di essere legata a un gruppo di ragazze che stanno morendo in circostanze misteriose. Spaventata da quello che sta succedendo Min inizierà a scavare nel suo passato, fino a scoprire ciò che la sua mente ha cancellato...
Ryeong è la prova che non tutto il cinema horror con gli occhi a mandorla merita attenzione. Tae-kyeong Kim, qui alla sua opera prima se l'imdb non sbaglia, mescola senza alcuna originalità tutti (ma proprio tutti) gli stilemi del nuovo horror giapponese, pescando a piene mani soprattutto nei film di Nakata. Il risultato è una colossale fregatura, che sa di già visto e non suscita interesse. Non basta inanellare fantasmi vendicativi dai capelli neri, infiltrazioni d'acqua e possessioni spiritiche per fare un film di Nakata. L'effetto, anzi, è ai limiti del ridicolo, soprattutto per chi conosce gli evidenti omaggi (o plagi) che infestano il film. I pochi spaventi sono prevedibili e canonici, la regia non brilla di virtù e gli attori lasciano a desiderare (sorattutto un paio delle studentesse protagoniste, fuori dalla grazia dela recitazione). Perché vederlo allora? Per nessun motivo: scegliete un altro film e lasciate Ryeong nel dimenticatoio a impolverarsi. Nessuno vi rimprovererà mai di averlo fatto.
05/12/2005
La marcia dei pinguini di Luc Jacquet (Francia, 2005)

Da queste parti non ci si è mai fidati dei film che diventano 'il caso dell'anno' e finiscono sulla bocca di tutti. Un po' per spocchia, forse, un po' per sana e robusta prudenza. Bene: la marcia dei pinguini è proprio 'il caso dell'anno'. Un documentario sui pinguini imperatore pensato per la tv che, per ragioni di marketing (i pinguini vendono), arriva al cinema e incassa in modo spropositato. Un capolavoro annunciato? Ovviamente no, semplicemente il documentario naturalistico dell'anno (dopo il popolo migratore, profondo blu e molti altri) che ha la fortuna di uscire in piena pinguino-mania (Madagascar?). E il gioco è fatto. Con questo non si vuol certo dire che il lavoro fatto da Luc Jacquet e dalla sua troupe sia da buttar via. Lo sforzo di realizzare un prodotto del genere è sicuramente da premiare, così come il montaggio, la scelta del materiale e le soluzioni di regia (specialmente in situazioni dove il secondo ciak è un miraggio). Tutto questo, però, non basta a giustificare un tale successo. Menzione a parte merita il doppiaggio di Fiorello. Non conosco la versione originale, ma le simpatiche battute aggiunte da Fiorello non rendono di certo il film più interessante (né gli 'danno più personalità' come ha sostenuto lo showman). A questo aggiungete l'effetto paperissima (pulcino che dice 'mammina stammi vicino vicino') e la frittata, di uova di pinguino, è fatta.
La sposa cadavere di Tim Burton (Usa, Inghilterra, 2005)

Il cianotico Victor, giovane sognatore figlio della nuova borghesia ottocentesca, si sta preparando al suo matrimonio con Victoria, rampolla di una nobiltà decaduta che spera di tornare agli antichi fasti con questa unione. Ma l'imbranato Victor, provando in un bosco il rituale nuziale, attirerà su di sé le attenzioni di una sposa abbandonata e defunta, che lo porterà con sé nel mondo dei defunti.
Il nuovo film di animazione a passo uno di Tim Burton è splendido perché è un film di animazione a passo uno. Tautologie critiche a parte, la sposa cadavere è una dolcissima e malinconica favola nera. Una storia d'amore impregnata di humour nero, ambientata in una grigia e gotica city ottocentesca. Splendida la caratterizzazione dei personaggi (tutti eccetto uno, come ha giustamente notato qualcuno), irresistibile il mondo dei defunti, spassose e, per una volta, non fastidiose le citazioni più o meno cinefile che riempiono il film (da Romero a Via Col Vento, ma c'è molto altro). Forse non sarà nightmare before christmas, ma è comunque una delizia per gli occhi vedere le gambe a stecco di Victor saltellare di qua e di là, o l'apparizione mozzafiato della sposa cadavere, splendida e conturbante fin dal primo fotogramma. Insomma: un gioiellino, fragile e delicato come i pupazzi che lo compongono. Unica pecca, ma qui si tratta di tecnicismi, il movimento 'a scatti' di alcuni personaggi in caso di soluzioni di ripresa particolarmente complesse (dolly + carrello). Alla Aardman problemi così li hanno superati da tempo, ma questo è il secondo film a passo uno di Burton (e speriamo non l'ultimo), quindi siamo pronti a perdonargli quasi tutto. Da vedere.
|
|
|