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31/01/2006
Wallace & Gromit e la Maledizione del Coniglio Mannaro di Steve Box e Nick Park (Inghilterra, 2005)

Si avvicina la gara degli ortaggi giganti e il sistema di protezione per verdure 'anti-pesto', ideato da Wallace e dal suo fedele cane Gromit, sta facendo la fortuna dei due. Una notte di luna piena, però, un misterioso mostro farà incetta di ortaggi tra le serre del vicinato, e a Wallace & Gromit toccherà affrontarlo.
Tecnicamente perfetto, spassoso, irresistibile. Il primo lungometraggio dedicato, finalmente, alla geniale coppia di pupazzi di plastilina della Aardman è un gioiellino di artigianato cinematografico e humour inglese. Un film divertentissimo, impregnato dal primo all'ultimo fotogramma da quell'ironia sofisticata che caratterizza tutti i lavori degli Aardman studios. Impossibile resistere alla citazioni cinefile che infestano il film, così come alle invenzioni paradossali dei due folli protagonisti. La Aardman, soprattutto, dimostra si essere sempre un passo avanti rispetto a Burton per quanto riguarda l'uso della stop motion, e anche le scene più concitate o i movimenti di macchina più azzardati risultano di una fluidità impressionante. A reggere il gioco contribuiscono la caratterizzazione dei personaggi, perfetta nella sua linearità, e, soprattutto, un esercito di voraci coniglietti batuffolosi e irresistibilmente furbi. Vedetelo e rivedetelo quando uscirà al cinema. Un'opera come questa merita il vostro interesse, fosse solo per rispetto verso lo splendido lavoro degli autori-artigiani che l'hanno partorita.
25/01/2006
Yôkai Daisensô di Yoshiyuki Kuroda (Giappone, 1968)

Risvegliato da profanatori di tombe Daimon, potente demone babilonese, vola in Giappone dove prende possesso del corpo di un signorotto locale. L'unico ad accorgersene sarà un Kappa, un demone dell'acqua del folklore nipponico, che insieme ad altri Yôkai (spiriti) come lui e a un samurai affronterà Daimon fino all'inevitabile battaglia finale.
Bizzarro, strampalato, buffo. In una parola: weird. Che dire di un film che ha per protagonisti un gruppo di Yôkai, spiritelli del folklore nipponico, alle prese con un demone-vampiro babilonese? Tutto il bene possibile, ovviamente, a patto di stare al gioco di un horror che si prende (giustamente) poco sul serio. Irresistibile la galleria di spiritelli che popola il film, quegli Yôkai che il mangaka Shigeru Mizuki ha riscoperto e reinventato come nessun altro. Dall'imbranato Kappa, strano incrocio tra Paperino e una tartaruga, all'irresistibile Kasabake, il fantasma ombrello con un occhio solo e una lingua lunghissima, Yôkai daisensô è una lunga carrellata nel folklore nipponico più surreale e, per questo, irresistibile. Quello che diverte di più, però, è il nazionalismo che anima questi folli spiritelli. Totalmente incapaci di accettare l'idea che un demone straniero possa macchiare il loro onore di spiriti giapponesi. Pur nella ristrettezza dei mezzi tecnici di allora le soluzioni tecniche del film meritano rispetto, anche se non si può che sorridere di fronte ai fili che fanno agitare il Kasakabe. Insomma: solo per nostalgici e filologi dell'horror nipponico.
MirrorMask di Dave McKean (Inghilterra/Usa, 2005)

Helena, quindicenne figlia di circensi, vuole scappare dal circo e conoscere il mondo reale. Il suo desiderio di fuga si concretizzerà presto, ma invece del mondo reale la piccola giocoliera dovrà confrontarsi con un mondo fantastico che sta collassando su se stesso, a meno che Helena non riesca a trovare la misteriosa MirrorMask.
E' difficile parlare di MirrorMask. Difficile, innanzitutto, a causa delle aspettative che accompagnano la visione di un film scritto da due dei più significativi e originali autori del fumetto contemporaneo e diretto da quello che, nel sodalizio artistico che unisce i due, ha tracciato con la sua arte mondi fantastici e malinconici di raro fascino. Difficile, anche, perché l'immagine in movimento impone all'immaginazione di McKean il terribile limite della diacronia, costringendola a rispettare il banale fluire del tempo e gli angusti limiti del movimento. La domanda allora è solo una: cosa rimane di McKean (e Gaiman) nel cinema di McKean (e Gaiman)? Rimane un'immaginazione inestinguibile e affascinante, la malinconia di mondi fantastici che collassano, il fascino di personaggi che sembrano usciti dai quadri di Arcimboldo. I limiti dei mezzi, anche economici, stanno senza dubbio stretti alla fantasia di McKean, e questo pesa un po' sul risultato finale. Nonostante questi limiti, comunque, MirroMask è un bildungsroman fantastico che merita attenzione. Un film che, sebbene imperfetto, regala allo spettatore suggestioni visive che basterebbero, da sole, a giustificarne la visione. Poco importa che la storia sappia di già visto: ci basta la visionarietà di un mondo popolato da sfingi affamate, maschere parlanti e solitari giganti orbitanti.
24/01/2006
A History of Violence di David Cronenberg (Usa, 2005)

Tom Stall vive il vero sogno americano: una casa in provincia, una moglie che lo ama, una famiglia perfetta, un lavoro tranquillo in un bar. Un giorno una coppia di criminali arriverà nel suo bar a infrangere quel sogno, e qualcosa in Tom si incrinerà...
Il più lynchiano dei film di Cronenberg è una cupa riflessione sull'anima profonda e inquietante dell'America. Cronenberg, così come altri registi/autori contemporanei, prova a svelare cosa si nasconda sotto la patina ingiallita del sogno americano e quali siano le vere radici della Grande Nazione. Poco importa che siano le street newyorkesi del primo Novecento o i bassifondi di Philadelphia, la tesi è la stessa: la violenza rimossa prima o poi viene fuori, e se ne frega di quanto lontano l'abbiamo cacciata. Giudicare come questa riflessione sociologica si sposi con il cinema carnale di Cronenberg è impresa ardua. Perché se è vero che A History of Violence contiene in sé i germi del cinema e della poetica di Cronenberg, per quanto ben nascosti tra le pieghe di un intreccio non particolarmente originale (tratto da un fumetto), è anche vero che in certi esiti il film deluderà i fan del regista canadese rivelandosi 'scontato', aggettivo che mai vorremmo usare per autori come Cronenberg. Rimangono delle bellissime e improvvise esplosioni di violenza e l'interpretazione magistrale dell'intero cast. Ma rimane anche un po' di amaro in bocca, purtroppo.
20/01/2006
Infection di Masayuki Ochiai (Giappone, 2004)

In un pronto soccorso allo sfascio un errore medico porterà alla morte di un paziente. Nel frattempo un'inquietante ambulanza abbandona sulla porta un uomo infetto da un misterioso virus. Da quel momento in poi le cose non potranno che precipitare...
Primo capitolo del J-Horror Theatre, serie di 6 film horror voluta dal produttore Taka Ichise, Infection è una interessante 'variazione sul tema' del new horror giapponese. Niente case claustrofobiche ma un ospedale semi abbandonato, nessun fantasma vendicativo ma una misteriosa infezione mortale. Chi ha visto The Kingdom non potrà non notare che la prima mezz'ora del film è quasi un omaggio alla geniale sit-com horror di Von Trier. Da lì in poi, però, Infection torna sui binari dell'horror orientale più tradizionale, con un paio di tocchi splatter e un appeal da B-movie che non guasta. Ochiai è alla sua quinta regia e si ritaglia la sua fetta di rispettabilità nella, forse troppo vasta, new wave horror nipponica. Hypnosis aveva già dimostrato che forse si trattava di un regista interessante, Infection lo conferma. Fotografia a colori acidi, luci ovunque, un paio di brividi e un finale che più aperto non si può. Si astenga chi ha bisogno di dare un senso al tutto per tornare a casa tranquillo. Insomma: horror ai confini del trash che non dispiacerà ai palati fini. Ma soprattutto: come si fa a resistere a un film che tra i vari capitoli vanta anche un brillante 'scioglimento di organi interni'?
Facilmente reperibile il dvd in edizione italiana, in giro c'è anche il secondo episodio della serie: Premonition di Norio Tsuruta (di cui non ci si fida tanto...).
17/01/2006
Il Sole di Aleksandr Sokurov (Russia-Francia-Italia-Svizzera, 2005)

Giappone, 1945: dopo le bombe su Hiroshima e Nagasaki il paese è ormai allo stremo. L'imperatore Hirohito, dio in terra per il suo popolo, è costretto a prendere atto della realtà dei fatti e a confrontarsi, forse per la prima volta, con la propria umanità.
Terzo capitolo, dopo Moloch e Taurus, della tetralogia del regista russo dedicata agli ultimi giorni di vita dei grandi dittatori del Novecento, il Sole è un dramma intimista e rarefatto. Il dramma di un uomo, l'imperatore del Gaippone Hirohito (interpretato da un immenso Issei Ogata), condannato dalla nascita alla divinità ma costretto a vivere in un mondo abitato da popoli "sprofondati nel buio". Un uomo che, malgrado la sua natura divina, dovrà fare i conti con la disfatta, scoprendo con l'innocenza di un bambino la propria natura umana. Kammerspiel girato prevalentemente in interni, fotografato con una patina di grigiore che ben accompagna la desolazione del mondo di Hirohito, il Sole è un film ipnotico e difficile. Nel cinema di Sokurov a parlare sono le immagini, non il resto. Allo spettatore la pazienza, e la voglia, di ascoltarle.
Lady Vendetta di Chan-wook Park (Sud Corea, 2005)

Alla seconda visione, questa volta doppiata in italiano, vale per Lady Vendetta quello che si era già detto dopo la prima: un affresco barocco e sontuoso, la scoperta di una vendetta al femminile mille miglia lontana da quella tutta maschile della sposa di Tarantino. La seconda visione, soprattutto, permettere di mettere in ordine le cose e apprezzare ancora di più il lato comico-grottesco del film di Park. Da qui a dire che Lady Vendetta sia un capolavoro, però, ce n'è di strada. Certo: un film bello, intelligente (più del suo spettatore medio, forse), a tratti geniale. Ma Park, e rivedendolo si nota ancora di più, si parla davvero troppo addosso e non riesce a raggiungere il carattere di 'universalità' che si richiede a un capolavoro. Da vedere e da consigliare, film così fanno bene a tutti.
11/01/2006
Stalker di Andrei Tarkovsky (Germania Ovest-Unione Sovietica, 1979)

In una sperduta cittadina della Russia uno scrittore e uno scienziato si rivolgono a uno stalker, una guida, affinché li faccia penetrare nella Zona: un territorio alieno al di là della comprensione umana sorvegliato dall'esercito. L'obiettivo di entrambi è lo stesso: raggiungere la Zona per entrare in una stanza capace di realizzare i desideri più profondi di ogni uomo. Ma il viaggio non sarà facile, e i tre saranno costretti a interrogarsi su ciò che cercano veramente.
Metaforico, allucinato, etereo. Stalker è, come Solaris, un capolavoro della fantascienza impegnata, quella che alle domande poste dalle galassie stellari preferisce quelle che germinano dalle galassie di neuroni nella nostra testa. Chi siamo, ma soprattutto cosa vogliamo veramente. Questi gli interrogativi che guidano la fantascienza filosofica dell'autore russo o, meglio, la sua filosofia della fantascienza. In scena, allora, lo scontro dialettico tra tre uomini: uno scrittore, uno Stalker e uno scienziato, intrappolati dalla paura dei propri desideri più profondi e incapaci di giungere a una verità. Lo scontro metaforico di tre domini, intelletto, fede e scienza, costretti a un confronto vano nei suoi risultati. Metaforico fino all'eccesso, fotografato con una saggia alternanza di seppia e colore, Stalker è vero cinema mentale, in tutti i sensi. Illuminante.
05/01/2006
Harry Potter e il Calice di Fuoco di Mike Newell (Gran Bretagna-Usa, 2005)

L'appuntamento annuale con l'occhialuto maghetto delle Rowling è una delle poche certezze dell'anno cinematografico. Mentre la saga letteraria di Harry Potter si avvicina all'annunciato (sarà poi vero?) termine, quella di celluloide la segue a ritmo serrato, in uno dei più interessanti casi di crossover marketing tra cinema e letteratura. La cosa che stupisce è che, con il passare del tempo, la saga cinematografica del maghetto inglese stia addirittura migliorando, regalandoci con Harry Potter e il Calice di Fuoco il miglior episodio della serie. Attenzione però, gli ingredienti sono sempre gli stessi: effetti speciali stupefacenti, un intreccio con annessa rivelazione finale e una discreta dose di situazioni spassose. Ciò che cambia, invece, è il materiale su cui si costruisce la storia. Se prima, infatti, eravamo di fronte a puro cinema fantasy per ragazzi, questa volta la produzione ha osato di più e ha affidato a un regista inglese un po' patinato come Newell il compito di traghettare, speriamo definitivamente, la saga di Harry Potter verso la maggiore età. Più paura, dunque, con punte di horror e di mystery che condiscono quella che è la vera rivelazione del quarto Harry Potter: la scoperta dell'altro sesso. Ormonale. E' questo, senza dubbio, l'aggettivo più adatto a descrivere il quarto capitolo delle avventure di Harry Potter. Per la prima volta, infatti, i giovani protagonisti dovranno incontrarsi e scontrarsi non solo con creature fantastiche, ma anche con l'altro sesso e le proprie pulsioni. In un vortice di ormoni e fraintendimenti da far invidia al tempo delle mele. Insomma: tutti crescono, anche Harry Potter e i suoi spettatori. E se nei prossimi episodi arriveremo a un fantasy maturo e adulto, che non si preoccupa dei veti della Mpaa, non potremo che esserne contenti.
02/01/2006
Throw Down di Johnny To (Hong Kong, 2004)

Tony, un giovane judoka alla continua ricerca di avversari, incontra sul suo cammino Szeto Bo, ragazzo d'oro del judo caduto in disgrazia. Nonostante la perseveranza di Tony, però, Szeto non è più un valido avversario, né sembra intenzionato a ritornare a praticare il judo. Tra i due e Mona, giovane cantante in cerca di successo, nascerà comunque un'amicizia intensa che aiuterà Szeto a ritornare sui suoi passi.
Una storia di redenzione e amicizia, girata con il giusto equilibrio tra commedia e dramma. Il judo come filosofia di vita: la 'via della cedevolezza' come chiave per capire noi stessi e chi ci sta intorno. Non uno strumento di offesa, ma un'arma per ritrovare se stessi in un mondo dove non esistono veri cattivi e il judo diventa linguaggio universale. Thow Down è proprio questo: un inno alla più amata delle arti marziali giapponesi, ma anche il personalissimo omaggio di To al maestro Kurosawa e al suo Sugata Sanshiro. Anche qui, infatti, il judo è illuminazione, filosofia che redime e unisce: anche nello scontro. A condire il tutto una fotografia curata e una regia fluida, elegante. Capace di stupire chi guarda con raffinate scene d'azione, tra ralenti armoniosi e virtuosi movimenti di macchina. Se a questo aggiungete un buon cast e un paio di siparietti spassosi il gioco è fatto. Un film godibile e leggero, da far vedere a chi crede solo nel cinema 'estremo' orientale.
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