Un gruppo di tossici rapisce, violenta e uccide la ragazza di Ricky. Ricky si incazza e li massacra. Ricky finisce in una prigione gestita da un direttore corrotto, dove tutti cercano di farlo fuori. Ricky ne verrà fuori, letteralmente, a pugni.
The story of Ricky è la frontiera definitiva del gore applicato al gonfgu: più avanti c'è solo un film sui globuli rossi che si picchiano. I combattimenti saranno anche tecnicamente rozzi. E la regia di Ngai Kai Lam è di poche pretese. Ma la quantità di sangue, budella e occhi che schizzano non ha nulla da invidiare al primissimo Peter Jackson o a quei simpatici guasconi della Troma. E la fantasia degli sceneggiatori lascerà a bocca aperta, soprattutto per le risate, gli appassionati del genere. Se poi avete sempre sognato di vedere un uomo tirarsi fuori le budella per strangolare il suo avversario, allora siete finalmente a casa.
Se vi stavate chiedendo che fine avesse fatto la bellissima Eihi Shiina, ospite fissa dei vostri incubi erotico-masochisti più estremi dopo Audition, ora lo sapete.
Ma c'è già chi ne parla (giustamente) male.
Un giovane inventore, che vive alla periferia della Londra vittoriana, riceve dal nonno (anche lui inventore) un misterioso pacco. Il contenuto, una potente fonte d'energia chiamata Steamball, fa però gola a una organizzazione che bussà alla porta del giovane. E a Rei non resterà che fuggire alla ricerca del nonno, mentre inizierà a scoprire i poteri del manufatto.
A volte, purtroppo, non bastano 2.000 animatori che lavorano incessantemente 24 ore su 24. Perché se l'idea non è buona, e la sceneggiatura è anche peggio, il risultato non lo garantirà certo la tecnica.
Ecco, è duro da dire, soprattutto da parte di chi come me ha adorato i precedenti lavori (in tutti i formati) di Ôtomo, ma Steamboy è davvero, davvero, una delusione. Sì, l'ambientazione è favolosa. L'animazione è eccellente. Le macchine volanti steampunk sembrano uscite dai sogni di un meccanico vittoriano in acido. Ma tutto il resto non è all'altezza. E Steamboy arranca: arranca dietro una sceneggiatura un po' banalotta, arranca dietro personaggi piatti. Arranca dietro dei dialoghi che, francamente, ti verrebbe voglia di picchiare chi li ha scritti ("Ah, la scienza! La scienza! E l'uomo! E il potere!"). Triste dover scrivere così dell'ultimo lavoro di un autore che, con Akira, costruiva il cyberpunk mentre William Gibson aveva appena iniziato a immaginarlo per noi.