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11/03/2004
L'imbalsamatore di Matteo Garrone (Italia 2002)
Al suo quarto lungometraggio Matteo Garrone si ispira a un fatto di cronaca, l’omicidio di Domenico Semeraro detto “il nano di Termini”, per realizzare un film sui meccanismi perversi e ambigui del desiderio. Un uomo troppo piccolo, ma dalla personalità smisurata, incontra un ragazzo troppo alto e altrettanto ingenuo. Inizia così la storia di una amicizia ambigua e totalizzante. Quando arriverà una donna a sconvolgere questo equilibrio i fatti non potranno che precipitare. Garrone esplora con occhio partecipe le ambiguità e incomunicabilità del desiderio. In un lungomare casertano squallido e abbandonato, quasi fantasma, tra palazzoni fatiscenti inquadrati con rigoroso grandangolo, si incontrano tre esseri umani incapaci di comunicare e vivere i loro sentimenti senza timori e violenze. Per Garrone, e lo si vede anche in Primo amore, il desiderio è qualcosa di perturbante e incontrollabile, qualcosa che ha a che fare con quello che non riusciamo né a dire né a fare. Non esiste nessuna possibilità di comunicazione, ma solo violazione, dominio. Peppino su Valerio, Deborah su Valerio, Valerio su Peppino. Non c'è equilibrio negli amori raccontati da Garrone, ma solo dominio e sudditanza, sessuale, economica, psicologica. L'amor fou si insinua sullo schermo strisciando, con mollezza, mettendo quasi a disagio lo spettatore. La pervasività del desiderio è totale, ma anche se turbati non possiamo negare la nostra empatia al piccolo tassidermista Peppino, interpretato da uno straordinario Ernesto Mahieux. Una storia d'amore drammatica e fastidiosa come poche altre viste di recente. Non per tutti i palati. In ogni caso un film da vedere per capire dove sta andando il giovane cinema italiano.
esposto in prosa arguta da cineblob | | commenti
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