|
18/03/2004
Dead or alive di Miike Takashi (Giappone 1999)
Dopo aver visto un film come "Dead or alive" capisci perché Tom Mes, autore dell'unica monografia dedicata al regista giapponese più prolifico degli ultimi anni, abbia intitolato il suo libro Agitator. Miike è un agitatore, un sovversivo del cinema. Da bravo fan dei Monty Python mescola immagini e situazioni paradossali a un ritmo spaventoso, sin dalla prima inquadratura, con un montaggio così serrato e con un senso del ritmo tale che anche lo spettatore più scafato non può che rimanerne abbagliato. La storia è perfetta nella sua banalità. Un gruppo di yakuza giovani e spietati, nella loro scalata al potere, si scontra con il boss locale. A questo scontro partecipa anche un poliziotto giovane e determinato, con esiti imprevedibili se non addirittura incredibili. Ma non è di certo la storia a rendere geniale un film come dead or alive. E' quello che Miike fa dietro la macchina da presa. Agitatore di immagini, di situazioni, di generi. Miike mette in una centrifuga tutto quello che a noi occidentali è arrivato dal cinema orientale negli ultimi dieci anni: il poliziesco alla Kitano, l'action movie alla John Woo, gli eccessi visivi di Tsukamoto. E molto altro ancora. Poi accende la centrifuga e realizza un film impressionante. Impressionante per chi si trova catapultato in uno yakuza movie che a tratti fa il verso al primo Kitano, con tanto di poliziotto disilluso con testa inclinata e pantaloni ascellari. Per poi virare verso invenzioni visive degne di un manga. Dead or alive, come del resto tutto il cinema di Miike, è puro eccesso. Eccessive sono le sparatorie, coreografate come neanche il miglior Woo ha mai fatto. Eccessiva è la crudezza delle immagini, delle situazioni. Eccessivo il montaggio. Eccessivo anche il finale. Spiazzante. Allucinato. Un vero esempio di cinema anarchico e postmoderno. Da prendere terribilmente sul serio. Consigliato a tutti quelli che credono che Tarantino, con "Kill Bill", abbia fatto qualcosa di nuovo.
|