The Mission di Johnny To (Hong Kong, 1999)

Cinque killer vengono assoldati da Lung, potente boss della mafia di Hong Kong. La missione è semplice: proteggere il boss 24 ore al giorno, visto che qualcuno vuole la sua testa. La convivenza forzata creerà tra i killer un rapporto di amicizia intenso. Un rapporto che si incrinerà quando Lung chiederà a Curtis, il più spietato dei cinque, la testa Shin, il giovane killer accusato di aver avuto una storia con la moglie del boss.
Magistrale esempio di riscrittura di genere The Mission è, senza dubbio, uno dei più pregevoli esempi del fondamentale contributo del cinema asiatico alla reinterpretazione del noir, in tutte le sua chiavi.
To racconta una storia di ordinaria malavita, la missione di cinque guardie del corpo che proteggono un boss, con lo sguardo di chi sa però che Dio si trova nel dettaglio, nei particolari, nei tempi morti. Tempi morti che invadono tanto la narrazione (le attese e gli scherzi della banda di killer), quanto la messa in scena delle sparatorie.
Alle tempeste di proiettili di un John Woo, infatti, To oppone la precisione soprannaturale dei suoi killer, che sparano poco e si agitano ancor meno. Alle convulse sparatorie dell'action movie statunitense le geometrie perfette, e variabili, dei corpi sullo schermo. Indimenticabile, in proposito, la composizione delle inquadrature e la gestione dei tempi nella sparatoria al centro commerciale: roba da studiare sui banchi di scuola di ogni accademia di cinema che si rispetti.
A reggere il fuoco una manciata, è il caso di dirlo, di ottimi attori e caratteristi, che conducono il film fino al paradossale, e dissacrante, finale. Un finale dove dramma e commedia si intrecciano fino alla vittoria, inesorabile, di uno dei due.